Ruolo Cruciale dei Grandi Cetacei nel Sequestro del Carbonio Oceanico

Modificato da: Olga Samsonova

Recenti analisi scientifiche ribadiscono il ruolo essenziale dei grandi cetacei nella regolazione climatica globale, identificandoli come efficaci serbatoi naturali di carbonio capaci di influenzare le concentrazioni atmosferiche di CO2. Questi mammiferi marini, attraverso il loro ciclo vitale, forniscono un servizio ecosistemico di mitigazione del riscaldamento globale il cui valore supera il costo della loro protezione, come evidenziato da studi del Fondo Monetario Internazionale. La conservazione delle popolazioni di balene è pertanto considerata una strategia fondamentale per potenziare la capacità naturale del pianeta di stoccare il carbonio, evidenziando la stretta correlazione tra la salute degli ecosistemi oceanici e le politiche climatiche internazionali.

Un singolo esemplare di grande balena è stimato sequestrare fino a 33 tonnellate di anidride carbonica durante la sua vita, una quantità notevolmente superiore all'assorbimento annuale di un albero maturo, stimato intorno ai 21 kg. Quando questi giganti muoiono, le loro carcasse affondano, un evento noto come 'whale fall', che intrappola il carbonio accumulato nei sedimenti marini per secoli, sottraendolo al ciclo atmosferico. Questa modalità di stoccaggio a lungo termine rappresenta un meccanismo di 'blue carbon' di vitale importanza, dove la biomassa stessa dell'animale diviene un deposito permanente di carbonio.

Oltre al sequestro tramite la 'whale fall', i cetacei sono catalizzatori essenziali attraverso il meccanismo della 'pompa delle balene' (whale pump). La Professoressa Heidi Pearson, docente di Biologia Marina presso l'Università dell'Alaska Southeast, spiega che il movimento verticale delle balene, che si nutrono in profondità e rilasciano i loro escrementi ricchi di nutrienti vicino alla superficie, fertilizza il fitoplancton. Queste deiezioni, cariche di elementi cruciali come ferro e azoto, agiscono come fertilizzanti naturali, stimolando la crescita del fitoplancton. Il fitoplancton, a sua volta, assorbe ingenti volumi di CO2 atmosferica tramite la fotosintesi, un processo che genera circa il 50% dell'ossigeno terrestre e cattura circa il 40% della CO2 prodotta annualmente, un volume paragonabile all'assorbimento di quattro foreste amazzoniche.

Studi recenti, come quello pubblicato su PNAS da Carla Freitas e colleghi, hanno quantificato che questo riciclo di nutrienti può incrementare la produttività del fitoplancton fino al 10% in estate nelle aree oceaniche povere di nutrienti. Il fenomeno della 'pompa delle balene' fu concettualizzato per la prima volta nel 1983 da Kanwisher e Ridgway, che osservarono come i cetacei facilitassero l'upwelling di nutrienti dalle acque profonde. Un altro studio, citato da Stephen Nicol, suggerisce che un incremento dell'1% del plancton marino, stimolato dalle balene, equivarrebbe all'apparizione di due miliardi di alberi adulti ogni anno in termini di sequestro di CO2.

La caccia indiscriminata alle balene ha storicamente ridotto questo contributo ecosistemico. Attualmente, si stima che la popolazione di balene sia drasticamente ridotta rispetto ai livelli pre-caccia, passando da una stima di 4-5 milioni a circa 1,3 milioni di esemplari, limitando così il pieno potenziale di questo servizio ecosistemico. La ricerca della Professoressa Pearson si concentra sulla traduzione di queste informazioni scientifiche in forme accessibili per i decisori politici, sottolineando l'importanza dei mammiferi marini come fornitori di servizi ecosistemici di carbonio blu. La Commissione Internazionale per la Caccia alle Baleniere (IWC), istituita nel 1946, ha lavorato per un parziale ripristino delle popolazioni, sebbene il recupero sia un processo lento a causa dei lunghi cicli vitali delle specie.

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Fonti

  • icohol.com

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