Età Soggettiva, Fattore Chiave per la Longevità e la Salute
Modificato da: Olga Samsonova
La percezione individuale della propria età, definita età soggettiva, dimostra di avere implicazioni concrete sull'aspettativa di vita e sulla salute generale. La ricerca scientifica ha evidenziato una correlazione significativa tra questa autovalutazione e l'adozione di comportamenti salutari, oltre a una maggiore resilienza contro i processi degenerativi legati all'invecchiamento biologico. Questo concetto si configura come un approccio mentale proattivo che supporta la vitalità nel corso della vita, distinguendosi dalla semplice negazione dell'età cronologica.
Studi quantificabili hanno rivelato che gli individui che si percepiscono come significativamente più giovani, nello specifico di tre o più anni al di sotto della loro età anagrafica, possono quasi dimezzare il rischio di mortalità rispetto a coloro che si sentono più anziani. Questa statistica sottolinea l'influenza profonda della mente sulla biologia, incentivando scelte di vita più salutari. Mantenere una prospettiva giovanile incoraggia l'impegno in attività fisiche regolari e l'apertura verso nuove esperienze, fattori che sostengono attivamente la vitalità generale.
L'adozione di un'età soggettiva inferiore è interpretata da specialisti come l'integrazione consapevole di una mentalità orientata alla longevità e al mantenimento funzionale. Questo si inserisce in un quadro di ricerca più ampio sulla longevità, dove l'invecchiamento sano è sempre più legato a fattori modificabili. Ad esempio, uno studio del 2024 su veterani statunitensi ha dimostrato che l'adesione a otto comportamenti sani, inclusi esercizio fisico regolare e dieta, può aggiungere fino a 24 anni all'aspettativa di vita stimata dopo i 40 anni, rispetto a chi adotta abitudini meno salutari. Anche intervenire in età avanzata produce benefici: un cambiamento dietetico a 60 anni può aggiungere circa otto anni di vita alle donne.
Parallelamente, la scienza medica sta affinando la misurazione dell'invecchiamento biologico, distinguendolo da quello cronologico. L'età epigenetica, o DNAmAge, è emersa come un marcatore potente, dove la differenza tra questa e l'età cronologica, definita accelerazione dell'età (AgeAcc), indica alterazioni funzionali e un rischio elevato di morbilità e mortalità. Questo suggerisce che la percezione di benessere e vitalità, legata all'età soggettiva, potrebbe riflettersi in parametri biologici misurabili, influenzando la traiettoria dell'invecchiamento.
Inoltre, la ricerca sull'invecchiamento indica che la genetica contribuisce solo per circa il 25% alla longevità, lasciando il restante 75% a fattori ambientali come alimentazione, esercizio fisico e prevenzione. Questo dato, derivato da studi su gemelli monozigoti, rafforza l'impatto preponderante delle scelte comportamentali, spesso indotte o sostenute da una percezione di giovinezza. La ricerca italiana, analizzando ultracentenari, ha concluso che il rischio di mortalità cresce esponenzialmente fino agli 80 anni circa, per poi stabilizzarsi dopo i 105 anni, suggerendo che il limite biologico massimo non è ancora stato raggiunto per le generazioni attuali.
Il mantenimento di una rete sociale solida è un altro fattore che incide sulla sopravvivenza, poiché l'isolamento sociale attiva risposte di stress cronico. L'adozione di uno stile di vita che promuove l'interazione e la partecipazione attiva, spesso associato a chi si sente più giovane, contribuisce a mitigare questi effetti negativi sull'organismo. In sintesi, l'ottimismo e la proattività impliciti nel sentirsi più giovani si traducono in benefici misurabili sulla durata e sulla qualità della vita.
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Fonti
Bona Magazine
Dayna Touron - Google Scholar
UCL News
New Zealand Seniors
Nutritional Outlook
University of Exeter
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