Il paradosso dell'era tecnologica contemporanea è semplice quanto spietato: più l'intelligenza artificiale diventa potente, più si trasforma in un privilegio riservato a chi già detiene il controllo di dati, energia e capacità di calcolo. Entro il 21 aprile 2026, l'ONU ha presentato un pacchetto di nuove iniziative volte a superare il divario digitale nel campo dell'IA, nel tentativo di impedire che una tecnologia potenzialmente risolutiva per le sfide globali finisca invece per consolidare una disuguaglianza ancora più profonda.
Le radici della questione risalgono al 1995, quando l'agenzia americana NTIA utilizzò per la prima volta il termine «digital divide». Le Nazioni Unite hanno adottato il tema durante il Vertice mondiale sulla società dell'informazione a Ginevra nel 2003 e a Tunisi nel 2005, dove furono stabiliti i principi di governance multilaterale di Internet e istituito l'Internet Governance Forum (IGF). Successivamente, l'attenzione si è spostata sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile del 2015, con particolare riferimento all'Obiettivo 9. Con l'ascesa dell'IA generativa tra il 2022 e il 2023, l'organizzazione ha risposto istituendo l'Organo consultivo di alto livello sull'IA, il cui rapporto del 2024 e il successivo Global Digital Compact del 2025 hanno gettato le basi per i programmi operativi del 2026.
L'attuale pacchetto di iniziative prevede il lancio di un Fondo Globale per l'IA per lo Sviluppo con un obiettivo di 8 miliardi di dollari, la creazione di centri di competenza regionali in Africa, Asia e America Latina sotto l'egida di ITU e UNESCO, e il programma «AI Skills for All», che mira a formare un milione di specialisti dai paesi in via di sviluppo entro il 2030. Secondo i dati disponibili delle Nazioni Unite, nell'ultimo anno sono stati avviati 47 progetti pilota per l'applicazione dell'IA nei settori dell'agricoltura e della sanità. Tuttavia, osservatori indipendenti sottolineano come la metodologia di valutazione dei risultati rimanga poco trasparente e possa riflettere gli interessi dei principali donatori.
Dietro la retorica ufficiale si nasconde una complessa rete di incentivi. Gli Stati Uniti e l'Unione Europea puntano a imporre gli standard etici occidentali come norma globale per mantenere la propria leadership tecnologica. La Cina propone attivamente hardware e modelli a prezzi accessibili, espandendo contemporaneamente la propria influenza attraverso le infrastrutture. Grandi aziende come Microsoft e Google si pongono come partner, ma alcuni analisti suggeriscono che la loro partecipazione consenta di raccogliere dati dal Sud del mondo per addestrare ulteriormente i propri modelli. I paesi in via di sviluppo rivendicano la sovranità sui propri set di dati, pur mancando spesso degli strumenti per esercitare un controllo effettivo; eventuali manipolazioni informative emergono in una presentazione selettiva delle statistiche, dove il progresso appare più solido di quanto non sia nella realtà.
L'analisi strategica permette di individuare quattro scenari realistici di sviluppo entro il 2035.
Il primo è il «Successo multilaterale»: l'ONU riesce a creare modelli multimodali aperti, adattati alle lingue e alle esigenze locali; i beneficiari sono i piccoli e medi paesi dell'Africa e dell'Asia, con la conferenza congiunta del 2028 come catalizzatore e la resistenza delle aziende a tutela della proprietà intellettuale come forza contraria.
Il secondo è la «Frammentazione geopolitica»: la rivalità tra USA, Cina e UE porta alla nascita di tre ecosistemi IA paralleli, in cui l'ONU svolge solo un ruolo umanitario; a trarne vantaggio sono le grandi potenze e i loro alleati più stretti.
Il terzo è il «Salto tecnologico»: un passo avanti in modelli efficienti capaci di girare su normali smartphone con un consumo energetico minimo permette di superare le barriere infrastrutturali, avvantaggiando soprattutto le comunità rurali e le startup locali in India, Brasile e Kenya. Il quarto è il «Ristagno burocratico»: le iniziative naufragano nei processi di approvazione, il divario digitale si acuisce e i vantaggi dell'IA si concentrano nel 15-20% delle economie più avanzate, aumentando il rischio di instabilità globale.
La tesi portante dell'intera analisi resta un concetto semplice: il ruolo storico dell'ONU come sede per la prevenzione dei conflitti viene ora messo alla prova dalla capacità di tenere il passo con la velocità dei cambiamenti tecnologici, anziché limitarsi a registrarne le conseguenze.
Una reale riduzione del divario digitale inizierà solo quando, al posto di nuove risoluzioni, i paesi cominceranno a investire massicciamente in insegnanti, energia elettrica e modelli di IA aperti direttamente sul territorio.



