Speak Up o una sorta di stand-up etimologico?

Autore: Nataly Lemon

Speak Up o una sorta di stand-up etimologico?-1
Imparare l'inglese non riguarda solo la grammatica e il vocabolario.

Lingua inglese: come non perdere la faccia, il filo e l'articolo.

Studiare l'inglese è un viaggio incredibile: si crede di imparare a parlare, ma in realtà s'impara innanzitutto a non farsi prendere dal panico.

Perché l'inglese non è un semplice idioma. È un test di autocontrollo, memoria e autoironia, unito alla capacità di chiedere con calma "Sorry, can you repeat?" per l'ottava volta consecutiva senza scoppiare in lacrime.

"Ognuno parla a modo suo": ecco il punto di forza.

Ci sono persone che studiano l'inglese nel modo corretto.

E poi ci siamo noi: quelli che costruiscono le frasi seguendo una logica tutta interiore, pensando: "Beh, se ho capito il senso generale, allora so quasi parlare".

È proprio qui che avviene la magia.

Qualcuno dice:

- I agree with you.

E qualcun altro invece:

- Yes, yes, you are right, I understand your soul.

Eppure, tecnicamente, il significato è quasi lo stesso.

Solo che una persona sta usando l'inglese, mentre l'altra si serve di un traduttore emotivo basato sulla propria lingua madre.

In realtà, il vostro modo di parlare è proprio ciò che vi rende unici.

C'è chi ha un accento degno della BBC e chi sembra avere in testa un mix simultaneo tra Yandex Translate, la propria nonna e un inguaribile ottimista. Ed è del tutto normale. Perché una lingua viva non suona mai in modo perfetto, ma umano.

È possibile trarre soddisfazione da soli 20 verbi base?

Assolutamente sì.

Tuttavia, bisogna prima ammettere una verità scomoda: a volte, 20 verbi fondamentali non sono solo la "base", ma rappresentano una vera e propria filosofia.

Dopotutto, quasi tutta la nostra esistenza ruota attorno a questi verbi:

- go,

- come,

- get,

- make,

- take,

- do,

- have,

- know,

- think,

- say.

Con questi si può comporre metà delle conversazioni mondiali e generare il 90% del panico durante una lezione.

Così ti ritrovi a studiare la differenza tra "do" e "make", per poi capire improvvisamente che l'inglese non consiste nel memorizzare migliaia di vocaboli, ma nel riuscire a costruire una frase sensata senza riportare traumi psicologici.

Quindi sì, è possibile divertirsi. Specialmente quando, dopo aver ripetuto venti volte "get, got, gotten", si ha la sensazione di non essere più uno studente, ma un concorrente di un reality sulla sopravvivenza linguistica.

Gli errori derivano dalla lingua madre: parola di esperti.

L'insidia maggiore nello studio dell'inglese non sono i verbi irregolari.

È la grammatica russa dello studente.

Il cervello cerca onestamente di aiutarci, ma lo fa a modo suo:

- "Io penso" diventa "I think" - ed è normale.

- "Mi manchi" si trasforma in qualcosa come "I miss you" — ed è già un ottimo risultato.

- Poi però arriva quella frase che vuoi dire in inglese, ma che costruisci seguendo la logica russa, ed ecco che nasce un capolavoro.

Spesso gli errori non derivano dalla scarsa conoscenza dell'inglese, ma dall'abitudine di pensare secondo le strutture russe.

È come se non si stessero traducendo le parole, ma un intero modo di pensare.

Proprio per questo, molti non parlano un "wrong English", ma un "Russian English with feelings".

In questo c'è persino un lato positivo: l'errore rivela quanto sia radicata in noi la nostra lingua madre.

House, hostel, hotel: ma voi, esattamente, dove vivete?

È a questo punto che inizia la vera commedia linguistica.

Il termine "house" dovrebbe significare casa. Ma scavando un po' più a fondo, si scopre che intorno ad esso si sono già insediati hotel, hostel, housing e altri parenti stretti che sembrano chiederci continuamente: "Allora, dove abiti davvero?"

E così, studiando l'inglese, si realizza improvvisamente che:

- house è l'edificio fisico,

- home è la casa come sentimento,

- hotel è una sorta di civiltà temporanea,

- hostel è quando convivi con i calzini di sconosciuti e la speranza nel silenzio.

Di conseguenza, la domanda "dove vivi?" in inglese diventa quasi un quesito filosofico.

Vivi in un edificio? In un'emozione? In una realtà in affitto?

O magari in quel limbo tra "I know this word" e "I forgot it again"?

Così l'etimologia qui funziona come un piccolo stand-up: i termini sembrano semplici, ma nascondono un'intera intelaiatura di significati. E più si studia l'inglese, più chiaramente si comprende che una lingua non è un dizionario, ma un sistema di coordinate.

E voi, come vorreste parlare in inglese?

Questa è forse la domanda fondamentale.

Non si tratta di "quante parole conosco", ma di quale identità voglio trasmettere.

C'è chi desidera esprimersi come un annunciatore britannico: con calma, eleganza e la sensazione che persino i propri errori suonino distinti.

Qualcun altro sogna di parlare come un amico americano, pronto a esclamare "That’s awesome!" in ogni occasione senza preoccuparsi delle desinenze complesse.

E c'è chi vuole semplicemente parlare a proprio nome, senza quel perenne: "ehm... how to say...".

Questo è un punto cruciale.

Imparare l'inglese non significa cercare di diventare la copia di un madrelingua. È il tentativo di trovare una voce che ci permetta di essere noi stessi in un'altra lingua.

Per esempio, c'è chi ambisce a parlare come un relatore dei TED Talks.

Altri preferiscono lo stile del viaggiatore, che fa amicizia facilmente, scherza e non ha paura di sbagliare.

E c'è chi vorrebbe proprio parlare come la persona che entra in un bar e ordina con sicurezza: "Can I have a coffee, please?" — sentendosi il vincitore dell'anno.

Perché, in fin dei conti, l'inglese non serve per essere perfetti.

Serve per essere liberi.

In conclusione.

Studiare l'inglese non riguarda solo la grammatica e i vocaboli.

Si tratta del percorso con cui ci si autorizza gradualmente a parlare, a sbagliare e a non essere impeccabili, pur riuscendo a farsi capire.

In tutto questo c'è una bellezza profondamente umana: all'inizio si confondono "house" e "home", poi si imparano i 20 verbi base, in seguito si smette di temere gli errori, finché un giorno ci si accorge di parlare inglese non in modo "impeccabile", ma con sicurezza.

E questa è già quasi una vittoria!

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